La Capagira - 2
Ovvio che giri anche la mia, di capa. Del resto da quando Perseo la staccò dal collo le risulta abbastanza difficile stare ferma. Gira e ogni tanto si ferma, come la pallina di una roulette, su un concetto fisso, incalzante. Ultimamente gira parecchio intorno alle persone, e ai rapporti che si intersecano e divergono.
Nel compimento di un lustro della mia presenza più o meno costante sul Web mi è capitato di ripensare in particolare le relazioni che attraverso il mezzo si stabiliscono. Effimere per lo più, ma anche durature, a volte importanti. Lascio perdere le esperienze indirette, dell'amica che ha trovato l'amore via web, del ragazzo che ci ha trovato la morte. Lascio che siano gli altri a filtrare le proprie esperienze personali, mi limito a compendiare le mie per cercare di trarre qualche stentata conclusione.
Esistono dei codici comportamentali, nel web, che trascendono completamente quelli della realtà. Chi provasse ad utilizzare qui le stesse espressioni che usa nella vita di tutti i giorni, attribuendo loro il medesimo significato, sarebbe senz'altro qualificato come un dislessico del mezzo. Per quanto la libertà d'esprimersi sia estremamente maggiore qui che nel contesto reale, restano tuttavia dei codici che, se fraintesi, possono portare ad incomprensioni ben maggiori che nella realtà. Non conoscere l'espressione degli occhi che guardano lo schermo è forse un handicap della comunicazione a distanza. Ma al contempo è anche un vantaggio. Perché non ho paura a dire ti amo o ti odio se so che dall'altra parte nessuno vedrà il rossore sulle mie guance.
Come ogni mezzo, anche il web dev'essere mediato dalla sensibilità di chi lo usa. Per questo non c'è niente che io odi di più delle generalizzazioni di chi, non avendo mai stabilito un rapporto virtuale con chichessia, bolli velocemente i rapporti via web come surrogati della realtà, se non come espressioni di una socialità malata.
A certe illazioni anche dei media la risposta d'obbligo è: "Ma non dite cazzate!"
Intanto, perché chi ne parla ne parla sovente da ignorante. Non basta conoscere l'aspetto esteriore della realtà dei blog, dei forum, delle messaggerie, per essere addentro all'argomento. Bisogna averle vissute, bisogna aver passato almeno un pomeriggio a raccontare la propria vita ad un perfetto sconosciuto per giudicare. Altrimenti meglio tacere. Ma naturalmente chi critica questo genere di approccio è proprio perché non lo conosce, non è mai entrato a farne parte. E quindi assume quella sorta di superiorità mista ad un sottile senso di invidia che investe tutti quelli che osservano da lontano un fenomeno che a chi lo vive dall'interno sembra (esageratamente) fantastico.
Così nasce anche il luogo comune che chi utilizzi il mezzo virtuale per stabilire relazioni socali trovi in questo la compensazione alla propria, scialba, solitudine. Altra supposizione del tutto errata. Perché chi non riesce a rapportarsi agli altri in modo corretto nel reale troverà la propria Waterloo proprio nel mondo virtuale, dove ogni debolezza è amplificata e salta agli occhi in modo esplicito. Si dice comunemente che nei rapporti via internet si può bluffare, nascondere le carte, spacciarsi per qualcun'altro. Non è vero. Si può forse spacciarsi per qualcos'altro, ma mai per qualcun'altro. E' possibile che un uomo finga di essere una donna, o viceversa, così come è possibile che un operaio finga di essere un avvocato, o un tassista un pilota d'aereo. Ma difficilmente un timido passerà per sfacciato, e altrettanto difficilmente un tamarro passerà per strafigo. Del tutto impossibile poi che un imbecille passi per persona intelligente, come accade invece di sovente nel reale, quando ci si lascia intortare dalla sicumera che accompagna volentieri gli idioti. Certo le relazioni malate ci sono. Come ci sono nella realtà. Perché il mezzo internet non è che la cassa di risonanza della propria personalità. Tutto quello che hai dentro di buono, di cattivo, di inutile, risuonerà atrraverso il web amplificato all'ennesima potenza, per quanto tu tenti di dissimularlo.
L'unica cosa che il web non riesce a veicolare è l'emozione genuina. Quella nasce, cresce e si consuma sempre al di là dello schermo. Le poche volte che riesce ad oltrepassarne i margini, è solo perché tra i soggetti della comunicazione si è stabilito un rapporto di fiducia tale da permettere di credere in toto a ciò che l'altro esprime. Mi è capitato una volta sola, una notte in cui una conversazione su Msn sembrava davvero una di quelle fatte a tarda notte con le amiche davanti a una tazza fumante di camomilla. Sono attimi in cui la "corrispondenza d'amorosi sensi" raggiunge l'acmé. Sono quelle cose che nella vita reale ti fanno capire che è appena nata un'amicizia. Nel virtuale, purtroppo, la mia discontinuità non mi permette di poter affermare lo stesso.
Ciò non significa però che non ci sia emozione in questi rapporti. Anche qui è la sensibilità personale a giocare un ruolo determinante. La difficoltà di comunicare e quindi dividere l'emozione non porta affatto a una mancanza della stessa. Anzi, il fatto stesso che non si possa sapere se l'emozione che si prova è condivisa la rende più viva e struggente. Proprio come quando, nel reale, si sorprende su di sé uno sguardo che non si riesce a interpretare. E quello sguardo apre infiniti orizzonti.
E' degli orizzonti infiniti che sente bisogno chi naviga lungo questi mari. Di conoscere altre storie, altri individui, altre sensibiltà. Non certo di rinunciare alla vita reale. Al contrario, di arricchirla. E chi scuote il capo di fronte a questa realtà ha forse solo bisogno di un iniezione di fantasia.
Alcuni perché
Alcuni perché non esistono. Se ci affanniamo a cercarli, è colpa dello stesso processo evolutivo che ci ha portato a diventare i padroni (dispotici) del pianeta. Nella nostra semplicità originaria di fabbri inventori che ci ha permesso di distinguerci dagli (altri) animali, non sappiamo creare se non oggetti che abbiano un fine pratico, e applichiamo le nostre categorie di giudizio anche a ciò che non nasce dal parto delle nostre menti. Pensiamo che se c’è una causa efficiente per ognuna delle nostre creazioni, dovrà esserci anche per ognuno dei nostri pensieri, delle nostre scelte, dei nostre azioni. In realtà il caso guida spesso i nostri avvenimenti, travestendosi di volta in volta da capriccio, follia o libidine.
La creazione di questo blog è uno di quei perché che non esistono. Esistono invece altri perché che vorrei spiegare.
Perché la Zattera
C’è naturalmente il quadro di Gericault, certo, che mi spinse ad una lunga pausa tra i corridoi del Louvre (accolta dai miei poveri piedi con grida di giubilo). La Zattera della nave Medusa, mezzo di salvataggio e assieme strumento di tortura, è il contraltare del traghetto di Caronte: se la sua destinazione è la salvezza, è su di essa che si consuma l’inferno, per tutto il tempo in cui i naufraghi restano attaccati alla vita con i denti, nutrendosi di nient’altro se non della stessa loro carne. Una zattera che attraversa l’inferno per tornare alla vita. Così vorrei che fosse per me questo blog: una Zattera per navigare attraverso i mari tempestosi della conoscenza, di me stessa in primo luogo, e poi degli avvenimenti che viaggiano nel mondo che mi circonda. Una Zattera senza una precisa meta, che vaga soltanto alla ricerca della salvezza.
Perché Medusa
Non c’è solo Gericault. Il caso (ancora una volta, lui) fortunato mi permette di citare in due parole il mezzo e il soggetto. La Zattera, e Medusa. Sviscerare tutti i significati semantici della Gorgòne dallo sguardo venefico non è certo un carico che io possa sobbarcarmi, tanto meno qui. Ma spiegare perché lei, in rapporto a me stessa, questo sì. Medusa è il mostro che si lascia conquistare e uccidere. E’ il mostro che fu donna, fu donna e attraente, e che la lussuria di Poseidone e l’invidia di Atena resero ripugnante e offensiva. Dove un tempo albergava la bellezza, negli occhi di bruma, si fece la morte. E le chiome fluenti si fecero serpi peccaminose e oscene. Il sorriso di latte si spezzò in zanne di cinghiale e la lingua odorosa prese il puzzo del cane. Come Prometeo incatenato alla roccia, come Aiace costretto al suicidio, così Medusa fu schiantata dalla sua iubris verso gli dei. Ma a lei fu negata anche la gloria eroica accordata agli altri. Mostro dentro e fuori, turpe assassina e per di più mortale. La maledizione di Medusa è completa. Solo identificandomi in una creatura maledetta posso salire sulla Zattera e cercare la conoscenza. Solo chi ha perso tutto tutto può (ri)trovare. Di più, Medusa, nella sua schiavitù, è una creatura completamente libera. Legata solo alle sue due sorelle Steno e Euriale, non deve più niente a nessuno, poiché tutto le è stato negato. Così mi accingo a incamminarmi in quest’avventura, priva di ogni difesa se non quella che mi viene dalla mia capacità di pietrificare chi osi alzare lo sguardo insolente su di me.
Sono presuntuosa? Certo, la iubris è il mio primo peccato. Ma nel mio piccolo sistema di valori, è un peccato veniale…