Confesso senza indugi una passione viscerale per il film Conan il Barbaro.
Passione che mi accompagna dall’infanzia, quando la prima, fuggevole visione della pellicola di Milius impresse per sempre nella mia mente l’immagine di una bionda testa mozzata di netto e di un bambino che cresceva all’ombra di una gigantesca ruota di mulino, in una mirabile rappresentazione della selezione naturale che lo scopriva unico sopravvissuto di una folta schiera di piccoli schiavi.
Non saprei dire quali ancestrali istinti risvegli ogni volta in me la visione di questo film, so solo che sin da piccolissima avrei voluto essere come la bionda e scattante Valeria, regina dei ladri, alta e flessuosa valchiria tanto spietata con i nemici quanto tenera e appassionata con il suo amante.
La sceneggiatura è linearmente classica, ma ricca di spunti mutuati dalla mitologia che solo un genio come Oliver Stone poteva offrirle. Una storia di lutto e dolore, rivalsa e vendetta, amore e morte, caduta agli inferi e assunzione in cielo.
Milius la pennella di oro come un quadro di Klimt, immergendoci già dalla prima sequenza in un universo oscuro e sanguinario, preistorico e magico, popolato di dèi tremendi per i quali l’uomo non è che un giocattolo di carne e sangue.
Il Conan del film è il superuomo figlio della penna di Robert Ervin Howard, cupamente distante dallo scolpito personaggio dei fumetti Marvel. Sfumato in fosche tinte gotiche resta tuttavia un concentrato di forza che schianta ogni ostacolo fisico e metafisico.
Alla venefica magia di Thulsa Doom non oppone nient’altro che il vigore del suo braccio e la passione di Valeria che, al pari di Alcesti, baratta la propria vita con quella dell’amato.
Quella di Conan è una condizione di proscritto volontario. L’uomo che la società corteggia e che dalla società non si lascia sedurre, perché sa che se cedesse diverrebbe nuovamente schiavo.
In fondo è l’ideale di libertà che ho sempre sognato. La libertà dell’autarchia, l’autarchia dell’uomo forte che non ha bisogno d’altri che di se stesso per sopravvivere. Suona reazionario, e invece è rivoluzionario, come ogni forma di estremo individualismo.
E’ la vitalità pulsante che si oppone alla corruzione mortifera del potere, e per una volta lo schiaccia e lo vince.
E’ l’utopia dell’uomo solo che sconfigge un esercito, della storia che ha la meglio sulla superstizione, della lama d’acciaio che spezza i sigilli d’oro e pietre preziose.
E’ la celebrazione dell’amicizia nata per strada, dell’amore totalizzante opposto alla ricerca ossessiva della soddisfazione dei sensi, della spiritualità naturale spoglia di religiosi orpelli.
Nel bellissimo finale Conan volge le spalle a tutto quello che il mondo gli offre: il potere, la gloria, l’amore cieco che sconfina nell’idolatria.
L’unica cosa che davvero voleva l’ha persa per sempre. Come Achille dopo la morte di Patroclo, è un vincitore sconfitto.
Nient’altro gli resta se non ricominciare a correre, con Subotai accanto, come chi abbia fretta di godere la pienezza della vita.