lunedì, 12 gennaio 2009, ore 19:20

Se Fazio non fosse così maledettamente paraculo.
Se la PFM non avesse cantato la versione censurata di Bocca di Rosa anziché quella originale.
Se non avessero affidato la mia canzone preferita a quella mezza sega di Jovanotti.
Se Samuele Bersani non avesse avuto l'influenza.
Se uno dei pochissimi interpreti intervistati non fosse stato Tiziano Ferro, ma, che so, uno a caso, Massimo Bubola? Mario Pagani?
Se ci fosse stata anche un'altra voce femminile oltre quella purissima di Antonella Ruggiero...

...sarebbe stata una serata perfetta.

Ma anche così c'è andata vicino.

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martedì, 05 agosto 2008, ore 21:11

Sabato scorso ero sulla spiaggia con i cugini Iaia e Dome e Mikelotta e all’improvviso quest’ultima (quattordici anni, tre millimetri di matita sugli occhi, lettore mp3 collegato direttamente al cervello) vien fuori a dire che lei è “Emo”.

Sentendosi in coro chiedere da esseri di diverse generazioni (Iaia ha ventun anni, Dome diciotto e la sottoscritta trentuno suonati): “Che cazzo vuol dire Emo?” Mikelotta ha preso un’aria di composta superiorità e ha pazientemente spiegato: ci sono gli Emo, e poi ci sono i Truzzi. Gli Emo (da emotional) sono sensibili, anticonformisti, punkettari e rockettari. Ascoltano i Tokio Hotel (sui quali andrebbe fatto un lungo discorso a parte) ma non disdegnano Avril Lavigne e altro simil punk.
I Truzzi, al contrario, vivono di loghi e di vestiti firmati (o piuttosto delle imitazioni che si vendono a centinaia sulle bancarelle), ascoltano house e tecno e girano in macchina (quelli che hanno l’età per guidarla) con la radio a palla.

Credevamo tutti che fosse una classificazione limitata all’area geografica della mia angusta cittadina di provincia. Babbei retrogradi, almeno Dome, che data l’età avrebbe dovuto essere al corrente delle nuove tendenze.

Una rapida scorsa su YouTube mi ha infatti dimostrato che il fenomeno è esteso a tutta Italia: dove una volta c’erano Paninari e New Romantic, dove c’erano Hippopari e Metallari, oggi ci sono Truzzi e Emo.

Perciò è da sabato che mi affligge un atroce dubbio.

Io ascolto per lo più Radiohead, Muse, Franz Ferdinand, Strokes e via cantando. Il Lombardo Veneto, che odia i suddetti gruppi, ascolta jazz, Ellis Regina, Allevi e Bollani. Chi dei due è il Truzzo, e chi l’Emo???

Io, comunque, tifo Emo.

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lunedì, 10 dicembre 2007, ore 20:42

Userò ancora una volta questo pubblico spazio per confidarvi le mie pene e le mie debolezze.
Sì, lo so che avevo promesso di non triturarvi più i gioielli di famiglia raccontandovi i miei problemi, ma stavolta sono davvero preoccupata, ho un nodo che mi stringe lo stomaco e devo assolutamente sfogare la mia ansia.
Il fatto è che domani sera ho le prove della BluesOnBand. Il fatto è che pretendono che io canti. Anzi, sono stata io a pretendere di cantare.
Come al solito la colpa è di Hb. Io ero lì soltanto come consulente cinematografica per la rassegna di film musicali. Poi, alla fine della serata, lui se n'è uscito con un "Ma tanto si sa che tu e Fourx non sapete fare niente". Al che punta sul vivo, la sventurata rispose: "Non è vero! Io so cantare! Posso fare la corista!"
Il fatto è che io pensavo che "fare la corista" significasse fare soltanto Ooh-ooh-ooh e Du du du du du e al massimo Chains-chains-chains.
Invece lui intendeva che io dovevo cantare.
Ora, magari potrò avere un po' di voce (anche troppa, se vogliamo). Anzi, la leggenda dice che mia madre da giovane fosse una cantante, e nell'album di foto di famiglia c'è persino una foto che la ritrae insieme al padre di Hb che suona il basso. Il punto è che per me cantare sulla base del Karaoke è di per sé già drammatico. Figurarsi cantare con una band.
Mercoledì scorso è stata la prima volta che ho provato una canzone e... vi assicuro che non posseggo cotanta penna da poter raccontare cosa è successo.
Per darvene un'idea, posto un brano di J.K. Jerome che si adatta perfettamente alla situazione:

Naturalmente nessuno pretende una gran voce per una canzonetta allegra. Né ci si attende la perfezione in quanto a dizione e vocalizzi e non si fa caso se un uomo a metà di una nota trova che è troppo alta e l'abbassa d'improvviso. Non importa se il cantante corre due battute più avanti dell'accompagnatore e a metà di una strofa si interrompe per discutere col pianista e poi riprende la strofa da capo. Ma le parole ci si aspetta di sentirle.
Non vi aspettereste che quel tipo non arrivi a ricordare altro che i primi tre versi della prima strofa e che continui a ripeterli fino a che non è il momento di cominciare col ritornello. Non vi aspettate che a metà di un verso quello si fermi, si faccia una bella risata e dica che è buffo ma che sia dannato se riesce a ricordare il resto e quindi cerca d'improvvisare, ma che poi se ne ricorda, proprio quando è arrivato ad un altro punto della canzone, e quindi si ferma per tornare indietro e senza avvisare salta di qua e di là. Certo che non ve lo aspettate; ebbene vi darò una piccola idea delle interpretazioni comiche di Harris e giudicherete da soli.
HARRIS (in piedi dinanzi al piano si rivolge al popolo in attesa):E' una cosetta molto vecchia, dico. Credo che tutti la conoscano già, dico. Ma è l'unica cosa che so. E la "Canzone del Giudice", di quell'operetta... sapete, no, non intendo dire quella - voglio dire - mi capite non è vero? - quell'altra cosa dico. Poi tutti fate il coro, dico.
(Mormorii di sollievo ed ansietà di fare il coro. Brillante esecuzione dell'introduzione della "Canzone del Giudice" interpretata da un pianista nervoso. Arriva il momento in cui Harris deve attaccare. Harris non se ne accorge. Il pianista nervoso ricomincia l'introduzione e Harris comincia a cantare allo stesso tempo e butta fuori i primi due versi della "Canzone del Primo Lord". Il pianista nervoso cerca di continuare la sua introduzione, ma deve rinunciare e tenta di seguire Harris con l'accompagnamento della "Canzone del Giudice". Il poveretto vede che non vanno d'accordo, cerca di capire quello che sta facendo, e dove si trovi; la testa gli gira e smette di colpo.) HARRIS (incoraggiandolo cortesemente): Va benissimo così. Lei mi sta accompagnando molto bene, continui.
PIANISTA NERVOSO: Temo che ci sia un errore, da qualche parte. Che cosa sta cantando, lei?
HARRIS (pronto): Ma come! La "Canzone del Giudice". Non la sa?
UN AMICO DI HARRIS (dal fondo della sala): No, testone, stai cantando la "Canzone dell'Ammiraglio" (Lunga discussione fra Harris e l'amico di Harris in merito a ciò che Harris sta cantando in realtà. L'amico infine dice che non importa che cosa canti Harris purché vada avanti una buona volta e la canti, e Harris, covando palesemente il sentimento di avere patito un torto chiede al pianista di ricominciare. Al che, il pianista attacca l'introduzione della "Canzone dell'Ammiraglio" e Harris, cogliendo nella musica quella che gli pare un occasione propizia comincia.)
HARRIS: Quand'ero giovane e avevo la vocazione del Foro...
(Fragoroso scoppio di risa generale, che Harris interpreta come un complimento. Il pianista, sapendo di avere moglie e figli, abbandona l'impari lotta e si ritira; ne prende il posto uno d'animo più saldo.) Nuovo PIANISTA (allegramente): Su allora, vecchio mio, comincia tu che io ti seguo. Lasciamo perdere le introduzioni.
HARRIS (che a poco a poco ha cominciato a capire come stanno le cose - ridendo): Per bacco! Vogliate scusarmi Ma certo: ho confuso le due canzoni. E' stato Jenkins a farmi imbrogliare, dico. Su, avanti.
(Cantando; la sua voce sembra venire dalla cantina e fa pensare ai primi sordi boati che preannunciano un terremoto.)Quand'ero giovane m'ero impiegato da fattorino di studio d'un grande avvocato.
(A parte, al pianista): Troppo bassa l'intonazione, vecchio mio; riprendiamo da capo, se non ti dispiace.
(Canta nuovamente i due primi versi, questa volta in acuto falsetto. Movimento di sorpresa fra il pubblico. Una vecchia signora nervosa, presso il caminetto, si mette a piangere e dev'essere condotta fuori.) HARRIS (continuando): Spazzavo le finestre tutto contento e... No, no. Spazzavo il portone del gran casamento. E lustravo di lena il pavimento - no, in malora - oh, scusate! - che buffo che non mi venga in mente questo verso. E... E... - Oh, be'! Passiamo al ritornello, e coraggio, proviamo (canta):
Perdi-perdi-perdirindindina ora comando le navi della Regina.
Su tutti in coro. Ripetere i due ultimi versi, dico.
CORO GENERALE: Perdi-perdi-perdirindindina ora comando le navi della Regina.
E non c'è modo che Harris si renda conto della figura da cretino che fa, e di come stia seccando una quantità di gente che non gli ha fatto alcun male. In buona fede, egli crede di averli dilettati, e dice che dopo cena canterà un'altra canzonetta comica.

Domani sera ho di nuovo le prove. Misererere nobis.


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domenica, 25 novembre 2007, ore 21:23

Vivere in una piccola cittadina, in una regione ancora più piccola, che ha meno abitanti di Genova o Palermo, significa essere esposti, di tanto in tanto, a curiosi fenomeni mediatici. Uno di questi è la sparizione totale del senso critico quando chi ne dovrebbe essere l'oggetto è un personaggio locale di successo nazionale.
E' il caso del libro Premio Campiello 2007, Mille anni che sto qui, la cui autrice Mariolina Venezia si fregia del titolo di mia concittadina. Il libro è la storia di una famiglia di Grottole, cadente paese a pochi chilometri da Matera, per molti versi simile alla Gagliano di Carlo Levi. La vicenda si snoda lungo un secolo e più attraverso la discendenza matrilineare di una famiglia di signori caduta in disgrazia che si barcamena tra diverse fortune.
Il libro della Venezia, bisogna ammetterlo, si fa leggere. E' stato votato da una giuria popolare, quindi non c'è da dubitarne.  Il modello cui si ispira è chiaramente la Isabel Allende de La casa degli Spiriti, come si arguisce dai nomi delle  protagoniste, tutti diverse variazioni sul termine bianco (Concetta, Alba, Candida, Albina) com'era appunto nei nomi del libro della Allende. Ma immancabilmente si ispira anche, per certi versi, al Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, che rappresenta un po' la pietra miliare della letteratura sul popolo Lucano.
Di roba da raccontare l'autrice ne ha,  forse più di Levi e Allende messi insieme; ma il susseguirsi degli episodi, per quanto gustoso, è talmente frenetico che non lascia spazio per alcun approfondimento psicologico: i caratteri sono sbozzati come pupi di un presepe popolatissimo, tanto che tocca spesso tornare indietro di qualche pagina per capire chi è il personaggio che ci è stato velocemente presentato prima e che torna per una breve parte da protagonista.
Se la prima parte, per quanto a tratti disorganica e priva di acme, si presenta piacevole, la seconda parte, in cui l'autrice affronta il personaggio che rappresenterebbe il suo alter ego, diventa banalmente autoreferenziale, confusa e sfilacciata. E viene inoltre ad essere troppo lunga in rapporto agli eventi così come la prima risultava corta e non approfondita. Una diversa calibrazione dei tempi della narrazione avrebbe certo giovato al romanzo. Insomma, ho tirato un sospiro di sollievo sulle ultime pagine, perché ormai la vicenda si trascinava senza che si riuscisse a capire dove volesse andare.
La Venezia scrive fiction per la televisione ed è evidente il suo approccio visivo e scenografico alla scrittura. Ma spesso è come se avesse in mente scene da film che ridotte a parola scritta perdono di vita e di profondità. Come se dipingesse un quadro pieno di dettagli a larghe pennellate, così che solo a tratti si possa cogliere vagamente quel che intendeva dire.
Del resto non è accertato che avesse qualcosa da dire. "Scrivo per guadagnare soldi. E' il mio mestiere e, come diceva Flannery O' Connor, e' quello che mi riesce bene" è la sua dichirazione dopo la vittoria del Campiello.
Sull'ultimo assunto avrei qualcosa da ridire, ma per il resto il ragionamento non fa una piega.
Mi resta solo da capire perché i miei concittadini l'incensino come se si trattasse di una nuova Nadine Gordimer. Ai posteri l'ardua sentenza. note
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